Studenti in piazza contro la scuola a cottimo: il nuovo istituto tecnico forma ragazzi già stanchi
La riforma degli istituti tecnici avrebbe trovato una formula semplice: anticipare la fatica del lavoro direttamente nell’istruzione.
Redazione

“La riforma degli istituti tecnici avrebbe trovato una formula semplice: anticipare la fatica del lavoro direttamente nell’istruzione.”
Gli studenti scesi in piazza contro la riforma degli istituti tecnici sembrerebbero aver colto il punto con una chiarezza che il legislatore, al contrario, considera spesso superflua: la scuola non dovrebbe servire a produrre ragazzi già rassegnati al linguaggio del fabbisogno produttivo. Eppure la direzione intrapresa appare quella. Meno sapere, più adattamento preventivo. Meno formazione, più familiarità con la disponibilità.
Nel nuovo modello, spiegano i critici, l’istituto tecnico non prepara più al lavoro: prepara al suo mal di stomaco. Le materie restano, ma cambiano funzione. Italiano per scrivere mail prudenti. Matematica per non sbagliare il foglio ore della vita. Educazione civica per capire in quale momento sia diventato normale che un’azienda suggerisca alla scuola che tipo di studente conviene produrre.
La protesta non nasce da un rifiuto dell’occupazione, ma da una domanda molto più fastidiosa: è ancora lecito immaginare un’istruzione che non sia immediatamente leggibile come pre-servizio per qualcun altro? La risposta che arriva dall’alto è prudente, rassicurante e molto aziendale: certo, purché non intralci la filiera.
Si forma così una generazione nuova, allenata non tanto alle competenze quanto al tono con cui le competenze dovranno essere offerte. È la vera riforma. Non insegnare di più. Insegnare a stancarsi prima.