Digitale terrestre, italiani in ginocchio davanti alla lista canali come se fosse una nuova forma di teologia domestica
Ogni aggiornamento frequenze riporta le famiglie al momento archetipico in cui il telecomando diventa potere, l'antenna destino e il vicino un profeta non richiesto.
Redazione

“Ogni aggiornamento frequenze riporta le famiglie al momento archetipico in cui il telecomando diventa potere, l'antenna destino e il vicino un profeta non richiesto.”
C'è una scena che torna identica a sé stessa ogni volta che il digitale terrestre decide di spostare, comprimere, spegnere o ricollocare qualche canale: una famiglia piegata sul televisore come davanti a un altare, il telecomando stretto da chi in quel momento esercita il potere, e una tensione crescente che mescola liturgia tecnica, ricatto affettivo e meteorologia dell'antenna. L'esistenza di una lista ufficiale per recuperare i canali persi è, da sola, la prova che il sistema non si limita più a trasmettere contenuti. Governa gli equilibri domestici.
La risintonizzazione, in fondo, è la forma più pura di cittadinanza coatta. Nessuno la desidera, ma tutti vi partecipano. C'è chi arriva preparato con il numero del canale giusto annotato su un foglio; chi finge competenza perché una volta, nel 2017, era riuscito a ripristinare Rai 3; chi invoca il genero, il cognato, il vicino, qualunque essere umano in grado di pronunciare LCN senza ridere. E poi c'è la generazione che davanti a ogni anomalia elettronica propone ancora la soluzione primordiale: spegni e riaccendi, vedrai che capisce.
Il bello è che il digitale terrestre riesce a trasformare una modifica tecnica in esperienza morale. Perdere un canale non è soltanto un disservizio. È una ferita all'ordine cosmico del salotto. Se la numerazione cambia, cambia anche il modo in cui ricordiamo il mondo. La scorciatoia mentale con cui andavamo dritti al programma desiderato viene spezzata, e per qualche ora il Paese affronta il vuoto con lo stesso smarrimento di chi non trova più la tazza sempre nello stesso ripiano.
La satira si completa quando interviene il commentatore spontaneo. In ogni palazzo ce n'è uno. Si affaccia, dichiara che da lui si vede tutto benissimo, attribuisce il problema al vostro decoder, alla vostra presa, alla vostra scarsa fede nelle procedure. In pochi minuti la questione esce dal televisore e diventa status sociale. Tu hai perso i canali. Lui ha ancora il 27. La gerarchia del condominio si ridisegna intorno a un mux.
Eppure, nonostante la fatica, il rito resiste. Forse perché ricorda a tutti che esistono ancora tecnologie abbastanza vecchie da farci sembrare competenti e abbastanza instabili da umiliarci con regolarità. In un mondo governato da aggiornamenti invisibili, il digitale terrestre ci concede almeno il conforto di una crisi tangibile: sparisce un canale, lo cerchi, imprechi, lo ritrovi o non lo ritrovi, ma sai di aver vissuto qualcosa. Anche questo, per molte case italiane, è servizio pubblico.