Valditara lancia il PTOF dell'imbarazzo controllato: educazione affettiva, ma solo se sussurrata
La scuola viene chiamata a parlare di relazioni, consenso e crescita senza turbare nessuno, come se l'obiettivo fosse formare adulti sereni mantenendo però il tono di una nota sul diario.
Redazione

“La scuola viene chiamata a parlare di relazioni, consenso e crescita senza turbare nessuno, come se l'obiettivo fosse formare adulti sereni mantenendo però il tono di una nota sul diario.”
Il ministero dell'Istruzione starebbe mettendo a punto una nuova formula per affrontare i temi più delicati nelle scuole senza dare l'impressione di affrontarli troppo. Nasce così, almeno idealmente, il PTOF dell'imbarazzo controllato: una cornice pedagogica in cui si può parlare di affettività, relazioni, rispetto e consenso, purché lo si faccia con la postura di chi chiede scusa al corridoio per aver alzato appena la voce.
Il principio è elegante. La scuola deve educare, sì, ma senza esagerare con l'idea di educare davvero su ciò che poi genera conflitto culturale, politico, televisivo o genitoriale. Ne esce un modello in cui gli insegnanti diventano equilibristi lessicali, chiamati a nominare la realtà senza nominarla troppo, a costruire consapevolezza senza dare l'impressione di avere una linea, a parlare di vita vera attraverso formule così prudenti da sembrare istruzioni per montare una tenda sotto la pioggia.
Le famiglie, nel frattempo, vengono convocate come pubblico fluttuante di una discussione che tutti dichiarano necessaria e quasi nessuno vuole collocare con chiarezza. C'è sempre una sensibilità da non urtare, un confine da non oltrepassare, una polemica in incubazione che rende consigliabile una sintassi cotonata. Il risultato è che la scuola si ritrova a fare educazione affettiva con il lessico di una circolare sulle uscite didattiche in caso di vento moderato.
La satira non sta nel tema, ma nell'ansia tutta italiana di trattarlo stando di lato. Si chiede alla scuola di prevenire il peggio, migliorare il clima, far crescere ragazzi più consapevoli e rispettosi, ma senza mai concederle pienamente il diritto di essere esplicita. Così il ministero produce una pedagogia del passo felpato: importante, urgente, indispensabile, purché nessuno senta distintamente il rumore delle parole quando entrano in aula.